Nel trentennale della scomparsa del grande alpinista Renato Casarotto il gruppo alpinistico “Bravi ma Lenti” vuole testimoniare l’attualità di questo scalatore con il ricordo dell’IS Filippo Martinelli.

Renato Casarotto 1948 - 1986

Renato Casarotto 1948 – 1986

16 luglio 1986 – Ghiacciaio Godwin Austen
Molte spedizioni stanno ormai preparandosi ad abbandonare i tentativi di salire la seconda montagna più alta della terra in una stagione sfortunata, bersagliata da continui cambi metereologici e da finestre troppo ridotte. Ormai il monsone è in arrivo, molti alpinisti hanno già abbandonato il campo base, pochi rimangono ormai intenti a raccogliere il materiale, contattare i portatori scrutare le pareti in cerca di una nuova linea di salita su cui sognare per un anno intero. In quella stagione un gran numero di spedizioni si erano misurate con il K2, “la montagna più difficile del mondo”, erano passati dal campo base scalatori del calibro di Kurt Diemberger, Gianni Calcagno, Karl Herlinghoffer, Jerzy Kukuczka. Anche quell’anno il K2 non era stato benevolo, i coniugi francesi Maurice e Liliane Barrard erano scomparsi dopo aver raggiunto la vetta il 24 giugno e i due spagnoli Mari Abrego e Joséma Casimiro erano tornati allo stremo delle forze dopo due giorni di lotta nella tempesta.

ore 18:30 circa
Un uomo sta scendendo verso il campo base del K2, è solo, ormai da molti giorni è in parete, mancano poche centinaia di metri di dislivello, 20-30 minuti al massimo e la spedizione sarà finita anche per lui. Un passo sulla traccia percorsa da altre decine di alpinisti, il piede sull’orma di altre centinaia di piedi, un rumore un solo rumore secco.
Al campo base la coda di un occhio allenato scorge un ombra anomala, un movimento improvviso ed entra in una tenda. Saluta la donna seduta al tavolo-mensa, le chiede  notizie, lei risponde che è tutto tranquillo e che il prossimo appuntamento radio sarebbe stato mezz’ora dopo….poi un’ombra negli occhi di Kurt Diemberger, la radio che si accende, un fruscio poi una frase “Gori, sto morendo”.
Questi gli ultimi istanti di vita di uno dei più massimi esponenti dell’alpinismo mondiale degli anni 70-80: Renato Casarotto.

Nell’andare in montagna, come nello sport, si abusa spesso dei superlativi, aggettivi che perdono così di importanza che invece di magnificare sminuiscono gli autori di imprese ai limiti del possibile specie per coloro che tirano tacche e pestano neve avanzatempo. Descrivere chi è stato e cosa ha fatto Renato Casarotto non richiede l’utilizzo di sillogismi, perifrasi ed auliche metafore basta dire che il suo andare per monti era unico e che molto di ciò che ha fatto, dopo oltre trent’anni non è ancora stato ripetuto.
Classe 1948 inizia la sua attività sulle Piccole Dolomiti Vicentine per passare poi ai Monti Pallidi in cui ripete e talvolta apre vie di altissima difficoltà spesso in solitaria ed in invernale nei gruppi del Civetta, delle Pale di San Martino e delle Pale di San Lucano. Tanto per capirsi è suo il diedro sud dello Spiz di Lagunaz (VII). Si sposta poi sulle alpi orientali dove  entra in contatto con personaggi del calibro di Grassi e Comino diventando uno dei protagonisti dell’alpinismo di quegli anni. E’ stato protagonista di spedizioni che l’hanno portato sulle più importanti montagne mondiale dalle Ande all’Alaska fino all’Himalaya dove ha concluso, per la rottura di un ponte di neve, la sua purtroppo breve carriera.

1978 rifugio Monzino in compagnia di Grassi e Comino

1978 rifugio Monzino in compagnia di Grassi e Comino

Come è naturale le scalate degne di primaria importanza sono moltissime, descriverle ed approfondire cosa hanno significato è un compito improbo e a chi è interessato si consiglia assolutamente di leggere lo splendido “Una vita tra le montagne” della moglie Goretta Traverso. Per delineare brevemente chi era Casarotto è sufficiente citare quattro momenti della sua esperienza verticale: le salite sulle Ande, il trittico del Freney, il Piccolo Mangart di Coritenza e la salita del McKinley.

Le Ande hanno visto Casarotto già partecipare ad una spedizione sul Huandoy Sud nel 1975, ma il suo nome è indissolubilmente legato alle salite del 1977 sulla imponente e pericolosissima parete nord dello Huascaran 6’798 m (Ande Peruviane) e del 1979 sul gigantesco ed inviolato pilastro nord del Fitz Roy oggi noto come pilastro Goretta. Questi sono i biglietti da visita con cui Casarotto  si presenta al mondo alpinistico, scalate sui massimi gradi di difficoltà per quegli anni, su pareti pericolose, isolate e con alta variabilità meteo. Salite percorse sempre in solitaria e con una piccola ricetrasmittente quale unico contatto con il mondo . La salita del Huascaran ha comportato 17 giorni di isolamento in parete, la discesa dal versante sud con il ritorno in autostop alla laguna di Llanganuco dove lo aspettava la moglie. Motti nella sua storia dell’alpinismo si esprime così: “Nessun altro alpinista prima di lui aveva mai osato nulla di simile…La sua impresa indubbiamente apre il cammino alle scalate solitarie sui colossi himalayani”.

Fitz Roy con in primo piano il pilastro Goretta

Fitz Roy con in primo piano il pilastro Goretta

Dopo alcuni tentativi negli inverni precedenti, nel 1982, realizza quella che forse ancora oggi è una delle più grandi realizzazioni nel massiccio del Monte Bianco: il concatenamento in invernale e in solitaria della Ratti-Vitali all’Aguille Noire de Peutérey, della Gervasutti-Boccalatte al Picco Gugliermina e della Bonington al Pilone Centrale del Freney per giungere infine sulla vetta principale del Monte Bianco. La portata di questa impresa è difficile da cogliere se si pensa che mai era stato nemmeno ipotizzato un concatenamento simile e mai è stato ritentato, le difficoltà sono le massime riscontrabili, l’isolamento totale, la possibilità di un soccorso praticamente nulle. Basti pensare che partito il primo febbraio dal val Ferret con uno zaino da 40 chili è arrivato a Chamonix, versante di discesa a lui sconosciuto, il 15 febbraio senza alcun contatto intermedio. Nel mezzo attraversamento del ghiacciaio del Freney, bivacchi a temperature polari, una tempesta che ha funestato la fine dell’impresa costringendolo ad un bivacco poco sotto la vetta del Bianco. Alessandro Gogna ha detto “E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni.”

Nel dicembre 1982 altra impresa di altissimo livello, ripetizione del diedro Cozzolino sul Piccolo Mangart di Coritenza, ovviamente in solitaria invernale, con temperature rigidissime ed un innevamento eccezionale tanto da nascondere completamente il diedro obbligando a procedere in una sorta di tunnel verticale dentro la neve. Le difficoltà continue ed in forte esposizione parlano di V+ e VI con variante Strobel in uscita di VII, con l’attrezzatura dell’epoca roba per pochi in estate, per pochissimi in inverno, solo per lui in solitaria invernale. Per non incorrere nell’uso di superlativi e capire di cosa si sta parlando: all’epoca nessuna via nel gruppo del Mangart era stata percorsa in inverno, neppure le più facili, Casarotto è stato in parete 11 giorni e, considerando che aveva già affrontato salite come il Pilone Centrale, ebbe a dire “Dal punto di vista tecnico oserei dire che d’inverno la parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza è la più dura delle Alpi”.

Il 1984 vede Renato accompagnato dalla fida ed instancabile Goretta partire per l’America del Nord, una trasferta che in cinque mesi li porterà dalle cascate estreme delle Rockies canadesi, all’Alaska più profonda per finire sulle torride placche del Colorado e della California. Un viaggio che riassume tutte le sfaccettature dell’alpinismo, difficoltà estreme su ghiaccio, VIII su roccia e una salita che è entrata di diritto nella storia mondiale: i cinque chilometri dell’inviolata cresta sud-est del McKinley, la “Ridge of no return”!

The ridge of no return - McKinley

The ridge of no return – McKinley

Anche in questo caso difficoltà e condizioni climatiche da paura: da solo, senza possibilità di ricevere aiuti, con temperature fino a 45 gradi sottozero per oltre 12 giorni di permanenza in quota. Il racconto di Casarotto fa entrare il freddo nelle ossa, fa assaporare tutte le emozioni e ci guida in un cammino interiore che solo determinate esperienze estreme possono portare a fare.

Nonostante le imprese memorabili, spesso mai ripetute e sempre alla ricerca di un nuovo modo di fare alpinismo è imprescindibile ricordare questo fortissimo vicentino separandolo dalla moglie Goretta Traverso. Leggendo il libro “Una vita tra le montagne” scritto a quattro mani dalla coppia emerge forte l’importanza di questa figura femminile sempre vicina, mai invadente, fin dalle prime spedizioni nelle Ande peruviane. Goretta è stata capace di aspettarlo, da sola, ai campi base più disagiati, per decine e decine di giorni, al McKinley è rimasta quasi un mese in un truna, sempre pronta ad aiutare ed incoraggiare il marito.
Goretta Traverso conosce l’alpinismo grazie al futuro marito ed è subito passione, se non avesse compiuto le sue scalate all’ombra di Renato sarebbe ricordata lei stessa sui manuali di storia. Nei primi anni ottanta probabilmente era la più forte alpinista italiana muovendosi in tranquillità su difficoltà oltre il VI in roccia, su cascate e misto senza dimenticare che nel 1985, è diventata la prima italiana a scalare un ottomila raggiungendo la vetta del Gasherbrum II.

A trent’anni dalla sua scomparsa l’eredità di Renato Casarotto è quanto mai viva ed attuale specialmente se si guarda alle ultime realizzazioni patagoniche di Colin Haley a gennaio 2016: ripetizione in solitaria del concatenamento delle salite di Torre Egger e Punta Herron (16 ore e mezzo in salita nove in discesa) e poi con Alex Honnold ripetizione della traversata del Cerrro Torre (comprendente le salite di Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre) in venti ore e quaranta.

Tomba di Renato Casarotto

Tomba di Renato Casarotto