E’ finita. No, non vi impaurite, non sto parlando di cose importanti. Sto per raggiungere i 75 anni, li farò a metà agosto, da quella data il mio titolo di istruttore regionale di alpinismo decadrà e non potrò più portare allievi.

Quindi il corso concluso sabato e domenica scorsa in Moiazza è stato l’ultimo. Quanti ne avrò fatti? Potrei anche contarli sul quaderno delle salite, sicuramente più di trenta.

Questa regola del limite di età la trovo giusta ed è una forma di serietà che il CAI si è dato. Condurre allievi non è uno scherzo e le tue capacità devono essere valide. Con l’età, a chi prima, a chi dopo, i riflessi, la forza, l’elasticità si attenuano. Anch’io me ne sto rendendo conto, quindi nessuna recriminazione.

Però un po’ di tristezza concedetemela, sopratutto ripensando al passato (si sa i vecchi vivono di ricordi!).

Rivedo i primi anni di aiuto istruttore a Prato, dove nell’84 avevo fatto il corso R1. L’anno successivo io e Sandro partecipavamo come “accompagnatori”, arrampicando fra di noi. Poi, alla seconda uscita, al Corchia, gli istruttori non erano sufficienti e quindi ci ritrovammo promossi sul campo. All’epoca non c’erano i tutor!

L’esame per IA, 5 giorni in Marmolada e 3 al Donegani, fu un incubo. Sempre sotto osservazione, anche a tavola. Patii più che in tutti gli esami dati all’università. Per la prova finale su ghiaccio mi scordai in albergo gli scafi degli scarponi, recuperati con una “prova speciale” automobilistica e poi alla prima sosta mi cascarono entrambi i guanti in un crepaccio! Fortuna che il mio compagno ne aveva due paia. Su roccia andò un po’ meglio anche perché mi toccò come istruttore il Rampini, l’unico che non faceva il super-professore. Su quaranta ne bocciarono la metà e a quei tempi si ripartiva d’accapo.

A Prato eravamo 5 istruttori ed al corso – facevamo solo R1 – prendevamo 10 allievi quindi… sempre presenti. Ho sempre sognato di arrampicare con tre corde e tre allievi ma, fortunatamente, non è mai capitato!

Poi venni a Pistoia, avendo litigato con il Ghiandi, come un po’ tutti quelli che hanno arrampicato con lui. In questa sezione c’era un bel gruppo capeggiato da Domenico e Gianluca ai quali però avevano tolto il brevetto (si, all’epoca succedevano anche queste cose) per essere stati irriverenti ad un aggiornamento. Poi arrivò anche Sandro, anche lui per dissapori con il Ghiandi.

Per qualche anno facemmo dei bei corsi poi il CAI ritenne opportuno istituire le Scuole di Alpinismo richiedendo un istruttore nazionale e tre regionali.

A Pistoia eravamo 3 IA, era arrivato anche David, diventato il mio abituale compagno di scalate, ma ci mancava l’INA. A Carrara avevano solo l’INA quindi decidemmo di unirci e fondammo ALPES.

Ma la distanza si faceva sentire (facevamo le riunioni a Viareggio) e sopratutto l’anarchia dei carrarini minava tutte le nostre certezze in tema di sicurezza. Nicolini, il direttore, veniva ai corsi senza casco, gli aiuto istruttori di Carrara portavano gli allievi sulle vie che volevano e non in quelle stabilite. Insomma un caos. Durammo due o tre anni, non ricordo bene.

David era stato aiuto istruttore a Sesto e conosceva Moreno nel frattempo diventato INA. Un’estate andammo una settimana con lui ad arrampicare e ponemmo le basi per l’ingresso di Pistoia nella “Vero Masoni”. Dopo la tragedia dello Sperone Frendo Sesto aveva bisogno di IA.

Alla Vero Masoni eravamo in tanti, almeno sulla carta. Soprattutto eravamo diversi. A Pistoia ai corsi partecipavano, se possibile, tutti gli istruttori a tutte le uscite. A Sesto si giocava “alla meno” utilizzando solo gli istruttori strettamente necessari, anche per massimizzare l’avanzo economico del corso. Per qualche anno facemmo un corso a Pistoia ed uno a Sesto poi, giustamente, diventammo davvero un’unica scuola.

Però non c’è mai stata una vera integrazione fra gli istruttori delle due sezioni. Noi privilegiavamo l’aspetto alpinistico, a Sesto contava il grado. Non a caso negli anni successivi diversi istruttori di quella sezione sono diventati IAL e INAL e la scuola, oltre che di alpinismo, è diventata anche di arrampicata libera.

Poche le uscite dei soli istruttori che potevano in qualche modo creare “clima”, per non dire amicizia. Ricordo una salita alla Torre Venezia, ma anche lì sestesi da una parte e pistoiesi dall’altra ed un’uscita al Donegani dove eravamo pochi.

Non ho mai arrampicato con tanti istruttori di Sesto e sinceramente mi dispiace. Forse il gap dell’età. In effetti dopo il pensionamento degli storici sono sempre stato il più vecchio.

Bene, bella storia, ma non hai detto nulla di tuo.”

Giusto. All’inizio fare l’istruttore accresceva il mio ego. Dispensavo consigli, mi sentivo un capetto e mi permettevo anche di rimproverare se l’allievo non faceva alla prima un nodo. Poi, piano piano, ho preso consapevolezza delle responsabilità, sono diventato più prudente, più tollerante sempre però cercando di far capire che il non perder tempo alle soste è sicurezza. Negli ultimi tempi avevo allievi che potevano essere figli se non nipoti. Vedevo una certa perplessità a legarsi “con il vecchio” ma poi, spero che si siano ricreduti. Dicevo alla partenza delle vie “ricordatevi che siamo qui per divertirci” cercando di attenuare quella tensione propria del neofita. Non è facile essere un bravo istruttore, non basta essere bravi alpinisti. Bisognerebbe chiedere a tutti quelli che si sono legati con me. Sono veramente tanti!

No, ancora per un po’, non sarò, spero, “bravo ma lento”. Bravo non sono mai stato, ma nemmeno lento perché la sera preferisco essere a casa mia!

Paolo Politi – Giugno 2022