Pubblichiamo la pagina di J. Simpsono proposta da Aldo Gherardini come stimolo alla riflessione ed al dibattito su un argomento spesso taciuto perché scomodo o lontano dalla nostra concezione dell’attività alpinistica o arrampicatoria, ma che purtroppo riemerge puntuale ogni qualvolta il caso, il destino o l’imprudenza concludono in modo tragico una bella gita scialpinistica o la salita ad una cima delle nostre montagne. 
La sicurezza nasce dalla conoscenza e  non c’è conoscenza senza preparazione sia teorica che pratica sul terreno. Chi ama la montagna si ponga  quindi in condizione di affrontarla con la dovuta preparazione, senso critico e prudenza con un approccio umile e progressivo a fianco di persone più esperte. Le scuole di alpinismo ed escursionismo del CAI, ed a livello professionale le guide alpine, sono in grado di accompagnare in questo personale e libero percorso.  
Vorremmo tuttavia sottolineare che nell’alpinismo e nell’arrampicata una piccola parte di rischio, il cosiddetto  rischio residuo, pur minimo adottando la necessaria prudenza, è purtroppo ineliminabile. Di questo è importante essere coscienti ed accettarlo, come accettiamo il rischio di un incidente stradale, anche per non strumentalizzarlo al fine di impedire o regolare l’attività in montagna alla ricerca di una sicurezza assoluta impossibile da raggiungere. 

Effetto valanga

…..Il rumore di un distacco di seracchi è inconfondibile. Non si può far niente. Le grosse valanghe possiedono una forza esplosiva impressionante: si può rimanere uccisi dal soffio d’aria prima ancora di essere travolti dalla massa di neve e di ghiaccio. E’ un rumore forte, violento, straziante: sai che nell’arco di pochi secondi sarai spazzato via. Per qualche istante nulla più dipende da noi: si resta muti, impotenti, in attesa che il proprio destino venga risolto dal caso. Perchè è solo la fortuna, e nient’altro, che conta in quel momento. Non è un esperienza piacevole.

Venne dall’oscurità, senza preavviso, piombando da un punto sopra di noi con un fragore crescente. Sentii uno squittio di spavento e mi resi conto che era uscito da me. Non appena il primo scricchiolio aveva rotto la quiete notturna, ero rimasto paralizzato dalla paura. Poi il rombo mi offuscò ogni capacità di percezione e per un lungo, inutile istante il mio cervello fu come annichilito da una muta rassegnazione. Me l’ero aspettato. Ma poi avevo voluto convincermi che non era successo. Perchè non avevo dato retta all’istinto? Con un moto di autocommiserazione, maledissi la mia leggerezza.

Mentre il fragore della scarica aumentava in uno spaventoso, dissonante crescendo, mi appiattii contro il masso, preparandomi all’urto. Una vocina dentro di me piagnucolava: Farà male? Si, avrebbe fatto male.

Mi pareva che minuscole scariche elettriche mi percorressero il corpo, mentre il cervello sperimentava quella sensazione di vuoto e di sconvolgente lucidità che si prova quando si finisce improvvisamente a bagno in una pozza d’acqua diaccia. Ero teso quasi in modo insopportabile e pieno di spavento. Eppure non era una sensazione del tutto sgradevole. Per tutta la durata del crollo restai immobile, in preda a una sorta di raggelato stordimento, ma anche reattivo ai singoli rumori, mascelle serrate, occhi spalancati nel buio, pupille dilatate a scrutare l’invisibile morte in arrivo. Ero sospeso in un vuoto di percezione, dimentico del mio corpo, come se mi avessero staccato il contatto e i sensi. Provavo solo l’inquietante impressione di osservare come da una grande distanza il mio corpo che stava per morire.

Il tempo parve distendersi nella folle corsa della valanga, dilatarsi nell’esplodere dei blocchi di ghiaccio in fiori di cristallo che precipitavano rombando nel canale. In verità, non passarono che pochi secondi tra l’esplosione iniziale e l’eco degli ultimi schianti. Non mi ero mosso, non avevo neppure respirato. Ero rimasto immobile nel buio, aspettando di morire. Fu un attesa interminabile.

Alla fine mi raddrizzai, barcollando, come emergessi da un sonno profondo o da un oscuro agghiacciante terrore. Solo in quel momento il tempo riprese il suo corso. Mi guardai attorno sbalordito, sollevato, senza capire. Sapevo un unica cosa: ero vivo!

Per un attimo ci fu solo l’immenso, elementare, gratificante piacere di esistere. Le stelle tremolavano. Avevo recuperato l’udito. Ascoltavo il battito del mio cuore e mi pareva un meraviglioso conforto, un balsamo che leniva il terrore. Che bello respirare! Scostandomi dagli altri, avvertii con un brivido il piacere del loro fiato, il calore vitale del loro corpo contro il mio. Fu in quel momento che, con un moto di spavento mi resi conto che non si è mai cosi vivi come nell’istante in cui si è più vicini alla morte. Tirai un lungo esitante sospiro di sollievo. Dall’oscurità venne una risatina nervosa. Sapevo di avere le lacrime agli occhi e ringraziai che fosse ancora buio.

Al primo schianto ci eravamo istintivamente stretti l’uno all’altro. Trattenendo il respiro mi ero appoggiato a Brian e Alison, in parte per un gesto protettivo ma soprattutto per mettermi al riparo del masso. Avevo teso l’orecchio al rumore della valanga, nel tentativo di indovinare l’entità e la direzione del crollo e nell’istante che mi ero appiattito dietro il masso avevo udito una risatina, non so se fosse Brian o Allison ma ricordo di aver pensato: Che diavolo hai da ridere? Qui c’è poco da scherzare, per Dio! Quel riso doveva essere una reazione nervosa ma dentro di me avevo sentito montare una rabbia insensata. Avevo paura e mi irritava che qualcun’altro ci trovasse da ridere.

Quando tutto fu finito, mi vergognai della mia paura. Siamo salvi, non è successo nulla, perchè te la sei presa tanto? Eppure per quanto me lo ripetessi, non riuscivo a convincermi che la mia reazione fosse esagerata. L’adrenalina mi pulsava in corpo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine di George e Paul che attraversavano il nevaio chiacchierando e la devastante violenza della valanga di ghiaccio che li aveva cancellati per sempre dalla faccia della terra. No, avevo tutte le ragioni per essere terrorizzato, quella era una lotteria.

Fu quell’interminabile istante in Bolivia nell’estate del 1998, col seracco che precipitava nel buio sopra la mia testa, a segnare il momento in cui per la prima volta mi resi conto che non amavo più le montagne.

Da:- Il Richiamo del Silenzio – di Joe Simpson

da una ricerca di Aldo

Si può viaggiare il mondo e non vedere niente.

Per arrivare a capire non è necessario vedere molte cose,

ma guardarne profondamente una

8 Aprile 2011