A volte le avventure migliori nascono per caso.

Oggi mi sono svegliato presto per essere un giorno di lavoro, avevo un appuntamento alle sei davanti all’albergo in cui sono alloggiato.

Il mio lavoro ogni tanto mi porta lontano in posti spesso interessanti, ma che poco hanno a che fare con le montagne. E infatti sono in riva al mare, a Roseau, la capitale di Dominica, tranquilla città che si stende lungo la costa, fra le colline che le stanno dietro e su cui risale ed il mar dei Caraibi, in un luogo che tutti immaginano con la sabbia e le palme. Invece Dominica non ha sabbia, o poca perché è un pezzo di terra emerso grazie ad una forte attività vulcanica, non del tutto spenta, con montagne abbastanza alte (oltre i 1.000 m) che precipitano rapidamente in mare. Lo sapevo e me ne sono reso ben condo arrivando in aereo.

Sono qui per un corso che la mia università tiene in collaborazione con un’università locale. Insegno il pomeriggio e così la mattina ho tempo per prepararmi e fare qualche giro da turista. Prima di venire avevo letto di alcune possibili escursioni, ma il tempo è poco per provarci. Però una mi ha colpito e mi dispiace troppo rinunciare. Un giorno intero tuttavia non ce l’ho e quindi come fare?

Alla fine non resisto e chiedo al mio collega locale se gli pare impossibile fare il giro. Se parto molto presto la mattina magari per pranzo ce la faccio correndo un po’. Mi risponde subito entusiasta “dopodomani ci andiamo, vengo a prenderti alle 6”. Capisco che anche se è nato in riva al mare ama inerpicarsi sui monti dietro la città. Mi sa che quelli come noi si riconoscono in qualche modo.

La guida dice che ci vogliono minimo sei ore e che il sentiero è molto difficile. Vedremo.

Alle 6 siamo in riva al mare. Partiamo in auto. La strada sale subito, i cartelli indicano una pendenza del 25%, ma non sono sicuro se sia una misura o un segno di ottimismo. Immagino il sentiero se questa è la strada. Otto km soli e 400 metri di dislivello. Parcheggiamo e partiamo veloci.

Il sentiero è facile, ma non me ne accorgo neanche perché entriamo subito nella foresta pluviale. Ci sono stato altre volte (anche se certo non mi capita tutti i giorni), ma fa sempre impressione. Pochissima luce filtra sotto la volta verde e comunque poca ne avevamo anche prima date le fittissime nubi. Dalle nostre parti abbiamo boschi bellissimi ma certo la varietà e forza della vita della foresta pluviale sono emozionanti. Passiamo in un giardino botanico che copre l’intera montagna. Felci alte come alberi, palme, decine e decine di piante di cui non conosco il nome e gli uccelli che chiamano the mountain whistle, nome che rende benissimo l’idea del loro verso composto di tre note ripetute quattro volte. Insomma quella roba che si vede nei film è tutto intorno e spiega benissimo perché tanti popoli considerano la foresta un luogo sacro.

Dopo mezz’ora cominciamo a salire sul serio, in qualche tratto arrampichiamo, tecnicamente sarebbe primo grado, ma non so se ha senso fatto fra radici e non su roccia. Sbuchiamo su una lunga cresta fra due valli molto scoscese e piene di vegetazione. La foresta ha lasciato il posto a arbusti più bassi. Meno male resistono quassù perché il vento dell’atlantico è così forte che nei pochi tratti scoperti si fa fatica a rimanere in piedi.

Raggiungiamo il punto più alto, solo 940 metri (Morne Nicholls, longitudine 15 gradi, 30 più a sud di Firenze) poca roba da noi, ma non poco da queste parti. Mi dice il mio collega che quando va bene da qui si vedono oceano e mar dei Caraibi contemporaneamente. Me li immagino dato che siamo dentro una nuvola.

Inizia una discesa un po’ complicata in una specie di canale roccioso e con un rigagnolo che lo rende scivoloso e alla fine sbuchiamo in quella che qui chiamano “la valle della desolazione”. Siamo sul fianco del vulcano. Forte odore di zolfo e fumarole tutto intorno, terra e rocce colorate, prevalentemente di rosso per i minerali, acqua e vapore che escono a getti in diversi punti. La valle ha due aree con fumarole e le attraversiamo entrambe, camminando fra i sassi colorati fino ad un punto dove, girato un costone, il mio compagno di viaggio guarda l’orologio e mi dice che siamo stati veloci, perché con largo anticipo ci siamo.

Non mi sono mai affacciato su un cratere di un vulcano attivo e quindi sono già molto curioso, ma questo è un cratere particolarissimo, di un tipo raro nel mondo ed è anche il secondo più grande nel suo genere. Non c’è lava, o meglio non la si vede perché due torrenti portano acqua nella caldera e solo un piccolo emissario la porta via. Però sotto il vulcano fa il suo lavoro e quindi quella su cui mi affaccio è una gigantesca pentola a pressione.

L’acqua bolle violentemente. Migliaia di metri cubi di acqua, fango e zolfo ribollono nel mezzo al lago. Mi dice il mio compagno di viaggio che quando si fermano per un po’ portano le uova per farle sode. Ci credo senza ombra di dubbio.

Cerco di fare delle foto, ma è quasi impossibile, oltre le nuvole che ci accompagnano sempre c’è vapore dappertutto. D’altronde vorrei vedermi a fare una foto dentro una pentola mentre l’acqua bolle.

La nebbia, l’ora ancora mattutina, il rumore del ribollire dell’acqua ed il paesaggio danno un’impressione di isolamento completo. È stata una corsa non da poco dal mare a qui, ma per vedere il Boiling Lake (non di grande fantasia il nome) valeva ben la pena.

Come capita spesso raggiunta le meta ci facciamo una foto con l’autoscatto. Mangiamo qualcosa e mentre ripartiamo ci diciamo che è ora di andare a lavoro.

Iacopo Zetti