Parco dell’Alpe Veglia e Devero – Relazione

News Pubblicato il 31 Luglio 2026

Da giovedì 23 a lunedì 27 luglio 2026

La Val d’Ossola, situata sulle Alpi Lepontine, è un’estesa e suggestiva valle alpina situata nell’estremo nord del Piemonte, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, proprio al confine con la Svizzera. Geograficamente corrispondente al bacino idrografico del fiume Toce,  è un territorio alpino caratterizzato da vallate glaciali, laghi, torrenti, boschi, alpeggi e piccoli insediamenti che conservano importanti testimonianze della cultura montana.

L’escursione di quattro giorni si è dedicata a visitare tre delle sue aree più rappresentative: l’Alpe Veglia , l’Alpe Devero e la Val Formazza, caratterizzate da alcuni degli ambienti alpini più interessanti della zona, e ci ha permesso di apprezzare non solo il patrimonio naturale e paesaggistico, ammirando alcune delle principali vette delle Alpi Lepontine, come il Monte Leone (3.552 m), il Battelmatthorn (3.044 m), e l’Hohsandhorn (3.182 m), ma anche il patrimonio culturale, attraversando alcuni dei borghi storici che in queste vallate costituiscono testimonianza della diffusione della cultura Walser, come Devero, Crampiolo e Riale.

L’itinerario si è sviluppato in 4 tappe che, attraversando alpeggi, nuclei rurali, laghi e corsi d’acqua, hanno percorso consecutivamente l’Alpe Veglia e l’Alpe Devero, entrambe ricomprese nell’omonimo Parco Naturale, e si sono concluse nella Val Formazza, l’ampia valle scavata dal fiume Toce, il maestoso corso d’acqua che fin dai tempi del “Grand Tour” è stato ammirato e ricordato per le sue spettacolari cascate, un tempo naturali ma adesso, a seguito della costruzione della diga del Lago Morasco, controllate artificialmente.

1° Tappa – San Domenico – Alpe Veglia  (12 km, dislivello +700 m.)

Dopo un lungo viaggio attraverso Lombardia e Piemonte siamo giunti alla nostra destinazione, la frazione di San Michele a Formazza, dove eravamo attesi da un bus che, dopo un’ora circa di viaggio, ci ha lasciato in Val Cairasca, e per la precisione a San Domenico di Varzo (1420 m. s.l.m.) punto di partenza per le escursioni che da valle salgono verso l’Alpe Veglia, la nostra prima destinazione.

Il nostro gruppo, dopo essersi riposato del lungo viaggio nel villaggio, con un meteo ottimale imbocca la via per l’Alpe Veglia che, superata la frazione di Ponte Campo, diventa una strada sterrata e poi sentiero (CAI F10 – GTA – Sentiero Italia). Il sentiero non presenta particolare difficoltà ma risulta piuttosto ripido, sopratutto dopo le fatiche del viaggio.  Giunto a quota 1751 m. il nostro gruppo entra nel territorio del Parco Naturale dell’Alpe Veglia e Devero e si immette in un vasto alpeggio. L’Alpe Veglia è un’ampia conca di origine glaciale, dominata dal Monte Leone (3.552 m.) e da ciò che rimane del suo ghiacciaio, il cui valore deriva dall’incontro tra natura e presenza umana, infatti gli edifici tradizionali, i pascoli e i percorsi storici si inseriscono in un ambiente d’alta montagna ancora ben conservato. La zona presenta inoltre un notevole interesse geologico e mineralogico ed è stata descritta come una delle aree mineralogicamente più ricche delle Alpi occidentali.

Il gruppo prosegue lungo il sentiero che attraversa i vasti pascoli, purtroppo segnati dalla siccità che ha colpito anche queste zone e, accompagnato dallo scampanio delle mandrie, si dirige, con una deviazione dal sentiero principale, verso il nucleo di Cianciavero, dominato dalla conca del lago D’Avino (2246 m), per poi attraversarlo e salire verso il lago delle Streghe (1.900 m.). Per raggiungerlo si attraversa un folto bosco dominato dai larici  e caratterizzato da un fitto sottobosco composto da un tappeto di rododendro ferrugineo e mirtilli neri.

Dopo un’altra breve sosta il gruppo prosegue verso il lago delle Fate, per avere una grande delusione: a causa della siccità esso è quasi completamente sparito, lasciando una vuota conca terrosa. Il gruppo riprende il sentiero CAI F28b per ridiscendere verso la conca dell’Alpe e riunirsi al precedente sentiero CAI F10 per percorrere gli ultimi chilometri che lo separano dalla destinazione, il rifugio CAI Città di Arona (1750 m.).

La tappa odierna, malgrado la stanchezza per il lungo viaggio in auto e bus, è stata affrontata da tutto il gruppo con impegno e grande spirito. Il rifugio risulta piuttosto spartano, ma è accogliente e la giornata si conclude con una piacevole birra locale ed una bella cena in allegria.

2° Tappa – Alpe Veglia – Alpe Devero (16 km, dislivello + 1,046 m dislivello – 1,179 m)

Il secondo giorno ci aspetta la tappa sicuramente più impegnativa sia in termini di distanza (16 km) che di dislivello da superare (circa 1046 m): dovranno essere infatti superati in successione una forcella e due passi alpini. Lasciamo il rifugio di buon’ora per affrontare subito una salita impegnativa: dopo aver attraversato un bosco di larici, una volta Usciti dal limite della vegetazione arborea il sentiero si fa roccioso e  la pendenza si più marcata con un tracciato che si snoda a stretti tornanti tra pietraie e colletti rocciosi ai piedi della Cima delle Piodelle (3.081 m).

La prima destinazione, seguendo il sentiero CAI F22, è lo splendido Lago Bianco, situato a quota 2.157 m, il bacino naturale più grande della conca del Veglia. Il lago deve il suo nome alle sabbie bianchissime e alle rocce chiare del fondale che regalano alle sue acque un meraviglioso colore turchese cristallino.  La salita nell’ultimo tratto è ben marcata ma superato l’ultimo colletto, il panorama si apre improvvisamente sulla conca selvaggia che ospita il lago, dominata sullo sfondo dalla maestosa parete del Monte Leone e lo spettacolo ripaga ampiamente la fatica. Purtroppo anche in questo caso possiamo constatare come la scarsità delle nevicate invernali ha avuto come conseguenza un drastico abbassamento del livello del lago.

Dopo un pausa per le foto di rito il gruppo, attraversata la conca, riprende la salita verso il Pian d’Erbioi (2.253 m.) per poi deviare verso il basso (CAI F22b) in direzione della solitaria conca del Pian du Scricc (1959 m.), che però non viene raggiunta, poiché poco prima ci ricolleghiamo al Sentiero Italia (CAI F99)  svoltando in direzione dell’impegnativa salita verso il Passo di Valtendra.

La salita al passo si dimostra il tratto più impegnativo della giornata: infatti, dopo un primo tratto che sale con pendenza costante costeggiando sulla sinistra la suggestiva gola scavata dal Rio Val d’Arbola, il sentiero si fa via via più ripido attraverso una serie di balze e dossi erbosi alternati a piccole conche racchiuse tra le pareti della Cima di Valtendra e del Pizzo d’Ascona. Nell’ultimo tratto, poi, il paesaggio cambia decisamente carattere e il terreno erboso cede il passo a una severa pietraia di sfasciumi e detriti rocciosi in cui  il sentiero rimonta il ripido vallone terminale con stretti e regolari tornanti. La salita ed il sole cocente  mettono a dura prova il gruppo che, malgrado la fatica, con grande costanza raggiunge il varco di Passo di Valtendra a quota 2.431 m. Il passo si presenta come un intaglio roccioso stretto e battuto dal vento. Voltandosi indietro, lo sguardo spazia sull’intera conca dell’Alpe Veglia dominata dal colossale Monte Leone. Davanti a sé, invece, si apre la vista selvaggia sulla testata della Val Bondolero e, più in là, verso i costoni che scendono all’Alpe Devero, lanostra destinazione ancora lontana.

Dopo la pausa per il pranzo, il gruppo riprende il sentiero CAIF99 che lo condurrà ad affrontare l’ultima fatica, la salita per raggiungere il varco di Scatta d’Orogna . Si segue il sentiero pianeggiante a mezza costa perdendo leggermente quota e tagliando le severe pendici detritiche del Pizzo Moro per poi, infine, affrontare, dopo  un brevissimo passaggio su roccette agevolato da una catena di sicurezza, una breve ma ripida salita su tornanti pietrosi che conduce alla Scatta d’Orogna (2.461 m.).

In dialetto ossolano e nella tradizione geografica locale, la “scatta” indica un intaglio roccioso stretto, scosceso e ripido, quasi una “spaccatura” nella cresta montuosa, quindi identifica un valico, un passo o una sella di montagna particolarmente ripida e incassata. Il termine è di origine arcaica e con tutta probabilità deriva dalla colonizzazione dei Walser, una popolazione di origine germanica che si stabilì in queste valli a partire dal XIII secolo.

Superato il valico il gruppo, riacquistate le forze, prosegue nella lunga discesa in direzione dell’Alpe Devero. Lo scenario cambia radicalmente e la discesa si sviluppa su un’ampia e dolce prateria d’alta quota mantenendosi sul lato sinistro idrografico del torrente per poi entrare nello spettacolare falsopiano della testata della Val Buscagna, costeggiando il corso d’acqua che disegna lenti meandri, fino a raggiungere le storiche baite in pietra dell’Alpe Buscagna (1.967 m). Superato l’alpeggio, la prateria alpina cede il passo al tipico bosco di larici e ontani e il sentiero aumenta la pendenza per superare l’ultimo gradino della valle, scendere fino alle caratteristiche case di fazione Pedemonte, e finalmente sbucare sui vasti e frequentati prati della piana principale dell’Alpe Devero (1.631 m). Il gruppo, stanco e assetato vede finalmente la propria destinazione, il rifugio Castiglioni a Devero, ma prima di arrivarvi da l’assalto alla prima fonte del paese per placare la sete che ha colpito tutti nell’ultima ora di escursione.

Il rifugio CAI Capanna Castiglioni si dimostra accogliente e confortevole e dopo una meritata doccia (tra l’altro senza necessità di acquisto del gettone ma pagamento sulla fiducia) finalmente ci possiamo concedere il meritato brindisi per festeggiare la tappa completata in attesa della cena.

3° Tappa – Alpe Devero – Lago Vannino ( 14,5 km, dislivello + 1017 m dislivello – 473 m)

Dopo un’abbondante la colazione il gruppo si mette in cammino per la terza tappa della traversata, meno impegnativa della precedente, ma che presenta comunque un dislivello di tutto rispetto da affrontare lungo i 14 km del tragitto e in costante ascesa fino al passo di Scatta Minoia. La giornata è soleggiata ma con la minaccia di pioggia nelle ore pomeridiane.

Per iniziare si imbocca un sentiero pianeggiante (CAI H98a) che attraversa la piana e sale nel bosco di larici fino al caratteristico borgo di Crampiolo (1.767 m), una delle perle del Parco Naturale Alpe Devero, un piccolo aggregato di baite in pietra e legno perfettamente conservate e ristrutturate nel rispetto della tradizione locale, con i tipici tetti in piode (lastre di pietra scura).

Da Crampiolo il sentiero CAI H98-SI sale alla diga del Lago di Devero (Codelago) e poi costeggia l’ampio bacino lungo la sponda orientale, immerso in boschi di larici rododendri. Siamo ora circondati dalle cime che formano la splendida “Corona del Devero” e che sono ben visibili durante l’escursione insieme a panoramici scorci del lago. Tra queste spiccano il Monte Cervandone (3.211 m), la vetta regina del Devero con la sua imponente parete rocciosa che domina l’intero bacino lacustre, la  Punta della Rossa (2.888 m), caratteristica per la sua roccia dalle tonalità rossastre (serpentino) e le cime del Pizzo Crampiolo (2.776 m) e Pizzo Cornera (2.808 m), due slanciate cime granitiche che chiudono l’anfiteatro naturale a nord del lago.

Continuando a salire gradualmente si raggiunge la malga di Spygher, e dopo poche decine di metri la vista si apre verso la conca in basso che accoglie il lago di Pianboglio (1.992 m). Il gruppo prosegue l’ascesa lungo l’ampio sentiero (CAI H98-SI) che sale con pendenze sempre più decise (e tornanti sempre più stretti) fino a raggiungere l’Alpe Forno Inferiore (2.222 m) e le sue malghe. Qui si apre lo spettacolare anfiteatro del “Grande Est” del Devero, una vastissima prateria alpina d’alta quota dove pascolano pacificamente le mandrie e dove abbiamo l’occasione di incontrare e chiacchierare con una famiglia di malgari produttori del tipico formaggio “bettelmatt”. Superato l’Alpe Forno Inferiore il sentiero si fa più ripido e abbandona i prati per entrare in un ambiente severo, dominato da pietraie continue e sfasciumi di roccia ma anche impreziosito dalla presenza di specchi d’acqua circondati da vaste macchie di erioforo di Scheuchzer dalle caratteristiche infiorescenze bianche che ricordano ciuffi di lana. Man mano che si procede il panorama cambia, svelando le cime della Val Formazza: il Monte Minoia (2.794 m), che dà il nome al passo, la  Punta di Valdeserta (2.939 m) a nord rispetto al valico, che domina la testata della valle prima della pietraia finale. Dopo un ultimo tratto in cui la salita  diventa più ripida il gruppo raggiunge infine la Scatta Minoia (2.599 m), il punto più alto della traversata, ed il bivacco Ettore Conti gestito dal CAI sottosezione di Domodossola.

Raggiunta la “scatta” gruppo si disperde per cercare riparo dal vento per una meritata sosta pranzo rallegrata da un panorama sinceramente mozzafiato. Adesso rimangono da percorrere gli ultimi chilometri ed i 400 m circa che separano gli escursionisti dal lago Vannino. Si imbocca quindi la discesa verso la Val Formazza, inizialmente su un sentiero tecnico tra le rocce (CAI G99-SI) che si addolcisce rapidamente raggiungendo prima la conca dell’Alpe Curzalma (2.279 m) e poi, con un comodo sentiero a mezza costa che costeggia lo splendido specchio d’acqua del Lago Vannino, la diga e il Rifugio Eugenio Margaroli a quota 2.194 m.Qui l’indiscusso protagonista del panorama è Monte Giove (3.009 m), una imponente e massiccia montagna troneggia proprio di fronte al rifugio e specchia le sue pareti verticali nelle acque del lago Vannino. Raggiungiamo infine il moderno rifugio Margaroli per godere del meritato riposo e, se possibile, di una bella doccia calda. La cena si svolge in una saletta riservata in un’atmosfera vivace e rumorosa seppure vi siano preoccupazioni per il meteo del giorno successivo in cui è prevista pioggia per quasi tutta la mattinata. gli spazi comuni del rifugio Margaroli sono piacevoli e caratteristici mentre un appunto deve essere fatto per le camerate, troppo piccole e affollate e dotate di letti a castello estremamente scomodi.

4° Tappa – Lago Vannino – Riale – Cascata del Toce (10 km, dislivello + 434 m dislivello – 1.095 m)

la quarta tappa si presenta abbastanza leggera: la distanza da percorrere è minore rispetto ai giorni precedenti ed è in gran parte in discesa, ma la giornata è purtroppo guastata da una pioggia che, intensa al nostro risveglio, per fortuna si attenua nel corso della mattinata. Il nostro gruppo dopo essersi adeguatamente attrezzato per la pioggia lascia il rifugio ed imbocca il sentiero segnalato CAI G97-SI che devia verso est, risalendo il vallone di Nefelgiù. Il sentiero è a tratti fangoso e bisogna fare attenzione alle rocce bagnate che diventano particolarmente scivolose ma il gruppo procede piuttosto speditamente. Per la prima parte la salita si snoda tra pascoli alpini e zone acquitrinose, per poi diventare gradualmente più ripida e pietrosa, superando nell’ultimo tratto una conca detritica che porta, con una serie di svolte su sfasciumi, al Passo di Nefelgiù (2.583 m.).  Da qui gli escursionisti possono godere di una vista spettacolare sul massiccio dell’Arbola e sulle cime circostanti, come la Punta Lebendun (2.873 m) e il Pizzo del Costone, che  si innalzano sul versante orientale, caratterizzati dalle particolari formazioni calcaree note come “Guglie Bianche del Lebendun” e la Punta del Ghiacciaio di Ban (2.928 m) e i contrafforti del Nefelgiù che delimitano il versante meridionale del lago Vannino.

Dopo una breve sosta al passo il gruppo inizia la discesa (CAI G95-SI) sul versante della Val Formazza, mentre  le nuvole cominciano ad aprirsi e compare qualche spiraglio di sole. Il primo tratto è ripido e si sviluppa su una vasta pietraia composta da sfasciumi dove occorre prestare attenzione alla stabilità dei massi. Superato il primo balzo detritico, il sentiero si addolcisce ed entra in uno splendido e ampio vallone erboso, costeggiando il torrente Nefelgiù. Continuando a scendere, il panorama si apre sul maestoso bacino artificiale del lago di Morasco (1715 m.). La vista è spettacolare in quanto il lago è circondato da imponenti massicci montuosi tra cui spiccano Punta dei Camosci (Battelmatthorn) (3.044 m), posta lungo la cresta di confine a nord del lago, svetta sopra la piana dell’alpe Bettelmatt ed è separata dal Blinnenhorn dal Passo del Gries e la Punta del Sabbione (Hohsandhorn) (3.182 m), situata più a ovest, fa parte del grande anfiteatro montuoso che racchiude l’omonimo Lago dei Sabbioni e il Ghiacciaio del Sabbione, le cui acque alimentano indirettamente il lago di Morasco.

Lasciando il lago alla nostra sinistra si continua a scendere per pendii erbosi fino a raggiungere la splendida piana e il borgo Walser di Riale (1730 m.). Arrivati a Riale, il gruppo fa una sosta alla struttura che ci ospiterà per la notte (Hotel Aalts Dorf) per alleggerirsi degli zaini, dopodiché prosegue lungo il sentiero storico CAIG00 che costeggia la strada carrabile e conduce all’imponente cascata del fiume Toce.

La Cascata del Toce (nota anche come La Frua – “cascata” in dialetto Walser) è uno dei monumenti naturali più celebri e imponenti delle Alpi. Situata in Alta Val Formazza a 1.675 metri di quota, è considerata, per la sua forma, il suo salto di 143 metri e il suo contesto ambientale, una delle cascate più spettacolari d’Europa. La bellezza di questo salto d’acqua ha affascinato nei secoli scorsi scienziati, regnanti e artisti come Richard Wagner, John Ruskin, Gabriele D’Annunzio, la Regina Margherita di Savoia e l’esploratore Horace-Bénédict de Saussure. Proprio sulla sommità del salto sorge lo storico Albergo Cascata Toce. Costruito originariamente nel 1863 e ampliato nel 1923 su progetto del celebre architetto Piero Portaluppi, l’edificio conserva un elegante stile Art Déco che si integra perfettamente nel paesaggio alpino.

 Poiché le acque del Toce sono utilizzate per la produzione di energia idroelettrica il flusso d’acqua del fiume viene regolato artificialmente dal sovrastante Lago di Morasco e viene rilasciato alla massima potenza solo in alcune ore del giorno (solitamente dalle ore 11,30 alle ore 16,00). Avendo calcolato bene i tempi il nostro gruppo al suo arrivo può ammirare con tranquillità la cascata in tutta la sua maestosità (ormai è uscito il sole), scendendo anche per un tratto lungo il sentiero che costeggia la cascata (il sentiero della Sgaiola).

Dopo un tale spettacolo il gruppo fa ritorno all’albergo e prima di cena visita il borgo di Riale e la sua caratteristica chiesetta in cima ad un piccolo colle. La cena conclusiva si svolge in un atmosfera di grande allegria e rilassatezza.

5° Tappa – Riale –  S. Michele di Formazza e rientro a Firenze

Dopo un comodo riposo ed un’abbondante colazione il nostro gruppo, sotto un sole splendente, prende a malincuore la via del ritorno con una defaticante passeggiata in discesa lungo il sentiero CAI G00 che scende lungo la Val Formazza seguendo il corso del Toce. La valle  rappresenta una delle aree storicamente e culturalmente più particolari dell’Ossola in quanto nei suo borghi conserva testimonianze della presenza walser, la popolazione di origine germanica che si insediò in diverse zone delle Alpi e sviluppò forme di architettura e organizzazione comunitaria adatte all’ambiente d’alta quota. Nel corso della discesa abbiamo potuto osservare piccoli borghi (come Sotto Frua e Ponte), in cui sono presenti abitazioni tradizionali e numerose piccole cappelle. la discesa termina con l’arrivo San Michele di Formazza e al parcheggio dove sono state lasciate le auto.

Il gruppo, omogeneo per la preparazione tecnica degli escursionisti, hanno affrontato l’escursione con grande  spirito di adattamento e collaborazione, affrontando i momenti di  difficoltà con impegno oltre che serenità. Un giusto plauso va quindi a tutti i parteciparti alla gita per aver creato un’atmosfera allegra ed un gruppo coeso e piacevolissimo.

GRAZIE agli accompagnatori e a tutti i partecipanti!