Il Sentiero Italia CAI (SI o SICAI) è una delle infrastrutture escursionistiche più lunghe e affascinanti del mondo: un immenso itinerario verde che unisce l’intero Paese. Ideato negli anni ’80 e rilanciato dal Club Alpino Italiano, il percorso si snoda per oltre 7.000 chilometri e circa 500 tappe, attraversando tutte le 20 regioni italiane, dalle vette alpine lungo l’intera dorsale appenninica, fino alle isole maggiori.
Non si tratta di una semplice sfida per escursionisti esperti, ma di un vero e proprio manifesto di turismo sostenibile. Il sentiero tocca borghi storici, parchi nazionali e culture locali spesso lontane dai flussi di massa, offrendo un viaggio lento alla scoperta della biodiversità e del patrimonio paesaggistico e culturale d’Italia. Camminare sul Sentiero Italia significa connettere territori, storie e paesaggi, un passo alla volta.
Il tratto valdostano del Sentiero Italia CAI si caratterizza per un’anima marcatamente alpina e spettacolare. In particolare nel tratto che segue l’Alta via numero 1 (AV1), detta anche “Alta Via dei Giganti“, si cammina costantemente al cospetto delle vette più alte d’Europa: Monte Bianco, Gran Conbin, Cervino e Monte Rosa e, in lontananza, Gran Paradiso e Rutor, ma anche con vista su alcune delle montagne più iconiche della Valle d’Aosta, per esempio la Grivola e l’Emilius. Dal punto di vista tecnico il percorso presenta un carattere escursionistico severo, con tappe classificate spesso come EE (Escursionisti Esperti), non tanto per gli aspetti tecnici quanto per via delle quote elevate e dei dislivelli marcati che si devono affrontare. Dal punto di vista naturalistico e culturale, il tracciato unisce la solitudine dell’alta quota con la scoperta dei borghi e della cultura delle vallate alpine (come la tradizione Walser). Il tutto potendo contare su un’eccellente rete di rifugi d’alta quota e sull’ospitalità delle valli della regione.
Quest’anno la sezione CAI di Sesto Fiorentino ha organizzato appunto un trekking sul tratto del SI che va da Courmayeur a Valtournenche, partendo dalle pendici del massiccio del Monte Bianco per arrivare in prossimità del Cervino e del Monte Rosa, ricalcando il tratto più spettacolare della AV1. Il trekking si è svolto nel periodo che va dagli ultimi giorni di Giugno al primi di Luglio, permettendo tra le altre cose anche di ammirare la flora alpina al massimo della sua fioritura. Un vero e proprio giardino botanico a cielo aperto che ha reso il trekking visivamente indimenticabile.
Dopo essere arrivati in Val d’Aosta con i mezzi pubblici (treno fino a Torino e servizio pullman fino a Courmayeur), il primo giorno ha previsto una breve escursione in salita fino al Rifugio Bertone, dove abbiamo cenato e dormito la prima notte. In questa parte, il percorso del SI e dell’AV1 si sovrappone al popolarissimo Tour de Mont Blanc, un aspetto che ci ha creato non pochi problemi in fase di prenotazione… cosa che diventerà evidente nella tappa del secondo giorno, ma che ci ha di conseguenza costretto a fare una variante che si dimostrerà incredibilmente spettacolare.
Infatti la seconda tappa del SI prevedeva il facile attraversamento dei Mont de la Saxe, una splendida balconata con vista sul Monte Bianco, e pernottamento al Rifugio Bonatti. Quest’ultimo si è dimostrato però impossibile da prenotare, pur muovendosi con larghissimo anticipo, e quindi abbiamo dovuto optare su una variante, agganciando due tappe con l’arrivo fino al Rifugio Frassati sull’alta valle del Gran San Bernardo, sopra Saint-Rhemy en Bosses.
La variante prevede la salita fin sulla cresta dei Mont de la Saxe e si è rivelata faticosa quanto però di una bellezza paesaggistica impareggiabile. Dal Rifugio Bertone il sentiero inizia subito a salire in modo deciso lungo il crinale erboso del Mont de la Saxe. camminando costantemente in quota si arriva sulla Testa Bernarda (2.534 m) e successivamente la Tête de la Tronche (2.584 m). Questo tratto è un balcone naturale di una bellezza incredibile, considerato giustamente uno dei più bei sentieri dell’intero arco alpino: alla sinistra si ha l’intera catena del Monte Bianco, dalle Grandes Jorasses al Dente del Gigante, specchiata nei piccoli laghetti alpini che si incontrano lungo la cresta.
Dalla Tête de la Tronche il sentiero scende rapidamente verso i 2.435 metri del Colle Sapin. Da questo valico ci lasciamo alle spalle la Val Sapin e ci addentriamo nella Comba d’Arminaz, un vallone laterale della Val Ferret selvaggio e spettacolare.
Per raccordarci con il vallone di Malatrà senza perdere troppa quota, il sentiero ci ha portato a superare il Col Entre Deux Sauts (2.524 m). Si tratta di un altro punto panoramico eccezionale che, superato un anfiteatro di pascoli e pietraie, ci ha permesso di scendere e immetterci finalmente nel Vallone di Malatrà, ricongiungendoci con il percorso ufficiale dell’Alta Via 1 che sale dal Rifugio Bonatti.
L’ambiente a questo punto cambia drasticamente, diventando tipicamente d’alta montagna. Si cammina su pendenze sempre più marcate in un paesaggio quasi lunare di sfasciumi e roccia fino a raggiungere lo stretto intaglio roccioso del Col de Malatrà (2.925 m). Oltrepassato il colle, ci lasciamo alle spalle la Val Ferret e, attraverso una discesa ripida e pericolosa, attrezzata con alcune corde e cavi, entriamo nella Valle del Gran San Bernardo. La discesa si sviluppa su un terreno inizialmente ripido e detritico che digrada poi verso i pascoli e la conca dei Lacs des Merdeux. In breve tempo, a quota 2.412 metri, vediamo infine comparire comparire la struttura in pietra e legno del Rifugio Pier Giorgio Frassati, meta finale di una variante magnifica e memorabile, decisamente più faticosa dell’itinerario classico ma impagabile per isolamento e panorami. Complessivamente la tappa è risultata lunga circa 13,5 km con un dislivello positivo di più di 1.400 m e dislivello negativo di quasi 900. Un inizio col botto, insomma!
Situato a 2.412 metri di quota nel vallone di Merdeux (Saint-Rhémy-en-Bosses), il rifugio Frassati è una struttura moderna in pietra e legno inaugurata nel 2011. Dedicato al Santo Pier Giorgio Frassati, la sua particolarità risiede nella gestione: è interamente costruito e gestito dai volontari dell’Operazione Mato Grosso (OMG). I ragazzi che ci lavorano durante l’estate non percepiscono stipendio e tutti i ricavi del rifugio, al netto delle spese vive, vengono devoluti per finanziare le missioni dell’OMG in America Latina, in particolare per sostenere ospedali, scuole e orfanotrofi.
L’Operazione Mato Grosso è un movimento educativo e missionario nato in Italia nel 1967 per iniziativa del sacerdote salesiano padre Ugo De Censi con lo scopo di aiutare i più poveri in Perù, Ecuador, Bolivia e Brasile attraverso il lavoro gratuito e la spedizione di volontari (giovani e famiglie) che scelgono di vivere e operare stabilmente nelle missioni. In Italia, l’OMG si organizza in gruppi locali di giovani che si radunano nei fine settimana per svolgere lavori di fatica (sgomberi, raccolte di carta e ferro, tinteggiature, lavori agricoli). I soldi guadagnati vengono inviati alle missioni. La gestione dei rifugi alpini è uno dei pilastri di autofinanziamento più famosi del movimento. Oltre al Frassati, l’OMG gestisce storicamente diverse altre strutture sulle Alpi (tra cui per esempio, sempre in Val d’Aosta, il rifugio delle Marmotte nella Valle di Rhemes Notre Dame) e persino alcuni rifugi d’alta quota sulle Ande in Perù, replicando lo stesso modello di accoglienza e solidarietà.
Dopo il piacevolissimo soggiorno nel rifugio, partiamo per la terza tappa e anche oggi invece di scegliere per la via facile del SI che prevede semplicemente la discesa fino a Saint-Rhemy, decidiamo per una variante che prevede di seguire il percorso del Tour de Saint-Bernard che arriva fino al valico del Gran San Bernardo passando per un altro percorso che si rivelerà eccezionale.
Dopo essere saliti al Col des Ciengles con una salita tecnica ed impegnativa che prevede anche il superamento di alcuni nevai, la vista si apre sul massiccio del Gran Combin. Valicato il colle, si lascia alle spalle il vallone del Rifugio Frassati per tuffarsi nella Comba des Thoules. La prima parte della discesa è tecnica e ripida su sfasciumi, ma perde rapidamente inclinazione man mano che ci si addentra nel vallone, straordinariamente incontaminato e selvaggio, raramente toccato dal turismo di massa.
Il sentiero scende costeggiando le morene e i torrenti d’alta quota che scendono dai ghiacciai del Golliat. Una variante fantastica se si cerca la vera solitudine della montagna valdostana. Visto che le previsioni del tempo prevedono un peggioramento per il pomeriggio, una volta superato il Col de Saint-Rhemy decidiamo di rinunciare alla salita al Col del Bran San Bernardo e tagliamo invece decisamente verso la valle seguendo il sentiero 13, che rimane prima in quota con vista sulla valle e che quindi scende rapidamente verso l’abitato di Saint-Rhemy en Bosses. La sistemazione che abbiamo trovato in questo abitato è il pregevole Hotel des Alps, un tre stelle molto curato e ottimamente gestito… Abbiamo allungato il percorso di un paio di km, ma ne è valsa la pena! Alla fine della giornata la distanza percorsa ammonta a circa 17 km con un dislivello positivo di circa 600 m e negativo di quasi 1.500.
La mattina successiva lasciamo a malincuore il comodo Hotel des Alps, ma la giornata promette tempo brutto e prevede anche di essere impegnativa, quindi partiamo di prima mattina, approfittando della gentilezza dei gestori dell’hotel che ci permettono di fare colazione in anticipo rispetto agli orari normali dell’hotel.
La tappa odierna ci riporta nel percorso ufficiale del SI e dell’AV1. La camminatà si rivelerà molto interessante e caratterizzata da una lunghissima e panoramica salita con l’attraversamento di spettacolari balconate fiorite con vista sul Grand Combin. Lasciato il caratteristico borgo di Saint-Rhémy, il sentiero si sviluppa inizialmente a mezza costa scendendo dolcemente verso le frazioni alte del comune di Saint-Oyen. Questo primo tratto è molto piacevole e si snoda tra fitti boschi di larici e abeti, offrendo un inizio di giornata rilassante per scaldare le gambe.
Superato il torrente, il sentiero piega decisamente a sinistra e inizia a salire con pendenza costante all’interno del vallone selvaggio che porta prima verso la Comba di Barasson e quindi verso il Col de Champillon (2.709 m). Si attraversano splendidi alpeggi storici come Alpe Ponteille Inferiore e Superiore, dove la vegetazione arborea lascia progressivamente spazio alle praterie alpine che in questo inizio di estate regalano spettacolari fioriture a cui non ci si riesce ad abituare. In questo tratto lo sguardo spazia libero sulla catena montuosa circostante e sul maestoso massiccio del Grand Combin che domina l’orizzonte, anche se la giornata è oggi nuvolosa e quindi quest’ultimo non è oggi ben visibile. Una discesa finale ci porta sull’ampia sella erbosa dove si trova il Rifugio Letey-Champillon (2.465 m). Situato in una posizione eccezionalmente panoramica, il rifugio si affaccia direttamente sulla conca di Ollomont e sulla Valpelline, offrendo una vista impagabile che spazia fino al massiccio del Gran Paradiso. Proprio di fronte, anche la “semplice” vista verso il Mont Gelé e la cresta che scende verso la valle di Ollomont è di una bellezza difficilmente descrivibile.
Il rifugio Champillon, aperto quest’anno da pochi giorni, come la maggior parte delle strutture dove siamo stati ospitati durante questo trekking, prevede anche la possibilità di usufruire di una sauna con vista sulla valle. Alcuni di noi si rinfrancano utilizzando questo servizio, tonificando i muscoli affaticati alternando il caldo della sauna con il brivido freddo di una doccia e con un bagno in un’ampia tinozza piena di acqua fredda.
Riepilogo del trekking della giornata: più di 16 km per un dislivello positivo di 1.400 m, affrontato quasi tutto in un’unica lunga salita e un dislivello negativo di circa 650 m.
Ci svegliamo la mattina successiva per affrontare una tappa che sarà soprattutto caratterizzata da un notevole dislivello in discesa, diviso in due lunghe discese intervallate da una salita necessaria per superare il crinale che separa il vallone d’Ollomont dalla Valpelline.
Usciti dal Rifugio Champillon, ci si lascia alle spalle la conca del rifugio senza guadagnare ulteriore quota. Il sentiero dell’Alta Via 1 e del Sentiero Italia inizia subito a scendere in modo regolare tra le splendide praterie alpine e i pascoli dell’alpeggio di Tsa de Champillon (2.297 m). La vista sulla Valpelline e sulle vette circostanti accompagna i passi fin dai primi minuti. A un certo punto il gruppo, distratto da delle magnifiche fioriture di giglio martagone (Lilium martagon L.) e dalle farfalle che svolazzano tra le fioriture, si confonde e sbaglia percorso. Recuperiamo rapidamente, ma anche questo “errore” ci permette di scoprire un percorso veramente piacevole e interessante, con il sentiero che costeggia il famoso Ru de By, uno dei tanti canali artificiali della zona, i “Ru”, creati per convogliare le acque di disgelo dei nevai e dei ghiacciai verso i territori più aridi, sia con lo scopo di irrigazione dei campi che per l’approvigionamento idrico della popolazione.
Si scende adesso a Ollomont per una rapida sosta a un bar del paese prima di riprendere il percorso, questa volta in salita verso il Col De Brison. La salita è dura ma alla fine si arriva al valico. La giornata anche oggi è nuvolosa e molte delle cime in distanza sono coperte. In ogni caso le viste sono spettacolari. Una leggera deviazione permette di osservare da “vicino” il massiccio del Gran Combin, che in questi giorni è sempre rimasto nascosto alla nostra vista.
Inizia la seconda discesa questa volta verso la frazione Oyace della Valpelline. Le viste su questa lunga valle sono splendide, visto tra l’altro che il tempo è in via di miglioramento. Sullo sfondo della valle giganteggia un altro 4.000: il Dent d’Herens posto anche lui al confine con la Svizzera.
Arriviamo infine in valle, la struttura che ci ospiterà stasera è il B&B La Tour una piacevole struttura che offre stanze di diversi tipi dalle camere con bagno privato a camere con bagno comune e una camerata di 10 posti che accoglierà molti di noi. Oggi abbiamo percorso quasi 20 km per un dislivello positivo di quasi 1.200 m e uno negativo di 2.200.
Il giorno successivo ci aspetta quella che probabilmente sarà la tappa più dura dell’intero trekking. A fine giornata avremo percorso 17 km ma soprattutto avremo risalito un dislivello positivo di quasi 2.000 m quasi tutti in un’unica salita, che dalla Valpelline ci farà risalire fino al Col de Vessonaz (2.794 m). La giornata però si prospetta magnifica dal punto di vista metereologico, con sole e cielo aperto per l’intera giornata.
Il percorso inizia peraltro con un paio di contrattempi, uno dovuto a un nostro errore e uno dovuto al simpatico cane dei proprietari del B&B che ci accompagna per un bel pezzo lungo il sentiero.
Il nostro errore è dovuto sostanzialmente a un’errata valutazione del territorio legata anche a un’eccessiva fiducia nei confronti della app di sentieristica utilizzata per la pianificazione dell’itinerario.
Questa infatti indica il passaggio del Sentiero Italia e della AV1 su un tratto che dopo Oyace prevede l’attraversamento di due corsi d’acqua: un affluente minore del torrente Buthier e il torrente Buthier stesso (quest’ultimo è il corso d’acqua principale della Valpelline). La app indica che sul secondo attraversamento potrebbero esserci dei problemi, ma un cartello che suggerisce una deviazione ci fa supporre con una certa nostra leggerezza che quel punto debba essere attraversabile senza problemi. La realtà è che il problema di attraversamento c’è sul primo torrente minore che di fatto non può essere superato in sicurezza. Siamo quindi costretti a tornare parzialmente indietro per riuscire a trovare il punto dove il corso del Buthier è superabile. Peraltro scopriamo che anche il tracciato dell’AV1 – e di conseguenza del SI – è stato modificato e solo dopo la deviazione troviamo il tracciato giusto. Di fronte a una certa confusione delle indicazioni locali e soprattutto degli errori presenti nella cartografia digitale, il nostro errore principale è stato quello di prendere il sentiero indicato nella app senza rendersi conto che sul terreno in quel tratto non c’erano i segnavia dell’Alta Via. La soluzione giusta sarebbe stata quella di dirimere l’ambiguità prima di partire da Oyace, cercando informazioni dalle persone locali e nel dare priorità alle indicazioni reali dell’AV e non quelli non aggiornati presenti sulla cartografia digitale.
Il secondo contrattempo è dovuto al cane del B&B che ci accompagna durante tutta questa disavventura, facendosi anche dei rinfrescanti bagni nei torrenti che noi non riusciamo ad attraversare. Il problema che ci poniamo dopo un po’ è come convincere l’animale a smettere di seguirci e il dubbio che ci assale è anche quello che non sia in grado da solo di ritrovare la via di casa. Per scrupolo telefoniamo ai proprietari che ci confermano che il cane tipicamente non è in grado di tornare a casa in autonomia e quindi alcuni di noi sono costretti a una sosta per attendere il recupero.
Comunque sia finalmente riusciamo a trovare il sentiero giusto, sentiero che, lasciato l’abitato di Oyace, comincia subito a impegnarci senza concedere riscaldamento: inizia infatti subito a salire in modo estremamente deciso e ripido all’interno di un fitto e fresco bosco di larici. Questa prima parte risale i fianchi del vallone di Vessonaz con stretti tornanti che permettono di guadagnare quota molto rapidamente, richiedendo un passo regolare.
Usciti dal limite del bosco, la pendenza si attenua leggermente e ci troviamo a camminare all’interno del Vallone di Vessonaz, una riserva naturale di straordinaria bellezza, solitaria e incontaminata. Il sentiero costeggia il torrente attraversando i pascoli dell’alpeggio di Arp Damon (2.197 m). Qui l’ambiente diventa maestoso, racchiuso tra aspre pareti rocciose dove non è raro avvistare camosci o stambecchi.
La parte finale del vallone torna a farsi ripida e decisamente alpina. La vegetazione scompare del tutto per lasciare spazio a un paesaggio lunare di pietraie, sfasciumi e nevai tardivi. Con un ultimo sforzo su terreno detritico, raggiungiamo lo stretto intaglio del Col de Vessonaz, il punto più alto della giornata. La vista da quassù è spettacolare e spazia sulla selvaggia Valpelline appena risalita e, sul versante opposto, verso la conca di Nus e la Valle centrale. Davanti ai nostri occhi compare per la prima volta il Monte Rosa, ma è la vista nel suo insieme a essere impareggiabile. Di fatto voltandosi si può ammirare il massiccio del Monte Bianco e guardando verso la valle centrale si possono ammirare le splendide piramidi della Grivola e del Mont Emilius con il Gran Paradiso sullo sfondo. Impossibile contare tutte le cime che appaiono di fronte e dietro di noi.
Valicato il colle, il sentiero piega a sinistra ed effettua un magnifico e aereo traverso in quota tra pareti rocciose e terrazzi detritici. Si supera un ulteriore valico (Col de Chaleby, 2.653 m) e si perde leggermente altitudine per poi affrontare l’ultima, breve risalita che conduce all’inaspettata conca di Cunéy. Qui sorge il Rifugio Oratorio di Cunéy, affiancato dallo storico Santuario della Madonna delle Nevi (consacrato nel 1659, è il santuario più alto d’Europa). La fatica della giornata viene ampiamente ricompensata dall’atmosfera mistica e isolata di questo luogo, sospeso tra cielo e roccia.
Il rifugio Cuney è semplice quanto ospitale. Caratteristica tipica dei rifugi di questa zona della Valle d’Aosta è il lasciare poco spazio al glamour e privilegiare invece la sostanza dell’ospitalità. Veri rifugi d’alta quota, senza fronzoli e comodità che fanno perdere di vista il vero spirito della montagna. Il Santuario della Madonna delle Nevi posto accanto al rifugio è un unicum imperdibile che non lascia indifferenti neanche gli spiriti agnostici.
L’accoglienza del rifugio Cuney è – come detto – perfetta, e la mattina successiva dispiace a tutti lasciare questo posto incantevole, ma un’altra tappa estremamente impegnativa ci aspetta. Anche oggi la giornata è perfetta. La tappa segnerà l’ingresso ufficiale nella conca geografica del monte Cervino.
La parte inziale della tappa si svolge tra continui saliscendi rimanendo in quota nei classici ambienti umidi delle alte quote della Valle d’Aosta dove torrenti cristallini si dipanano tra spettacolari vedute. Il sentiero rimane in quota sopra la conca di Servaz e risale fino a raggiungere il Col Terray (2.775 m) dove si riapre la vista sul Monte Rosa i cui ghiacciai appaiono sempre più vicini.
Il sentiero adesso scende fino alla conca dove si trova il Lago di Luseney e il bellissimo e magnificamente tenuto bivacco Luca Reboulaz, dotato di tutti i confort che si possono pretendere da un bivacco di montagna e anche di più.
Il sentiero rimane in quota con splendide viste sulla valle di Saint-Barthelemy e risale quindi in modo deciso per l’ennesima volta fino alla Fenetre du Tsan (2.736 m) dove la vista si riapre improvvisa per l’ennesima volta sul Monte Rosa e sulle montagne delle vallate centrali. La giornata è splendida e la vista è magnifica in tutte le direzioni; sembra impossibile, ma non riusciamo ad abituarci. Facciamo una sosta più lunga del solito per riposarsi e il silenzio cala nel nostro gruppo; ognuno è immerso nelle proprie riflessioni godendosi il momento per certi aspetti irripetibile. Da questo valico appare per la prima volta la punta del Cervino la cui parte principale rimane però nascosta dietro le vette che si parano davanti
Si riparte e le sorprese non sono certo finite. Scendendo lungo gli alpeggi della conca di Tsan, mentre ci concentriamo sui tornanti ripidi e un po’ instabili subito sotto il valico, lo sguardo viene inevitabilmente catturato dal basso: incastonato in una conca di praterie alpine, appare un piccolo specchio d’acqua di un azzurro intenso o verde smeraldo, a seconda della luce. È il Lac de Tsan, che raccoglie le acque del disgelo circostante. Man mano che si perde quota, il sentiero diventa molto più dolce e rilassante, trasformandosi in una piacevole traccia tra l’erba fiorita d’alta quota (dove a inizio luglio abbondano genziane e carici). Raggiunte le sponde del lago, ci troviamo in un pianoro d’alpeggio idilliaco e silenzioso, occasione per un’altra sosta. A pochissima distanza dalle sponde sorge il Bivacco Tsan (una struttura in legno e lamiera, sempre aperta per le emergenze) e i resti dell’antico alpeggio di Tsan Damon.
Proseguiamo il nostro percorso restando in quota con vista sopra le valli sottostanti fino ad arrivare all’ennesimo valico, la Fenetre d’Ersaz (2.290 m). Qui siamo arrivati ufficialmente in Valtournenche e la vista si apre sul Monte Cervino che svetta di fronte a noi in tutta la sua maestosa bellezza con a fianco più a est ancora i ghiacciai del Monte Rosa.
Il sentiero continua a scendere in un delizioso alpeggio, finché arriviamo alla strada sterrata che sale verso la diga di Cignana. Dopo un’iniziale indecisione, decidiamo di lasciare le indicazioni dell’Alta Via per proseguire invece sulla carrozzabile che ci porta infine direttamente al Rifugio Jean Barmasse situato nei pressi della diga di Cignana (2.150 m). La struttura, accogliente e dotata di ottimi comfort, offre un riposo perfetto di fronte al riflesso delle montagne sulle acque del lago per la nostra ultima notte in montagna.
Dati complessivi della tappa: poco più di 17 km per un dislivello in salita di quasi 1.000 m e 1.400 in discesa.
Il giorno successivo la nostra avventura può dirsi completata. Mancano solo i pochi chilometri che in discesa ci portano fino al bell’abitato di Valtournenche dove ci possiamo rilassare un’oretta nell’attesa del pulmann che ci porterà a Chatillon Saint-Vincent dove potremo successivamente prendere i servizi sostitutivi FS che ci porteranno fino a Torino e quindi il treno fino a Firenze.
L’avventura è finita. Le emozioni sono state tante per un gruppo che si è sempre dimostrato coeso e incredibilmente affiatato anche tenendo conto della diversità delle caratteristiche dei singoli individui sia in termini di età, di esperienza e di preparazione atletica.
Dati totali dell’intero percorso:
- 8 giorni di cammino
- Totale km percorsi a piedi: 115
- Totale dislivello positivo: 8.600 m
Raga, vi vorrei lasciare solo una considerazione dopo questo stupendo viaggio: non sottovalutate mai cosa può fare il nostro corpo. Ormai non lo conosciamo più a causa degli agi della civiltà ma è una macchina perfetta. Trattatelo bene e allenatevi, il prossimo anno c’è da replicare 😎💪🏻 Grazie a tutti, soprattutto a Stefano e Francesco 💚 Speriamo di rivederci presto 😘 (Eleonora)
Io che sono a metà strada fra i più giovani e i meno giovani in queste giornate ho ammirato tantissimo i secondi. Sappiate che siete un grandissimo esempio e sinceramente tante volte mi sono chiesto: ma ce la farò io a essere come loro? Un abbraccio a tutti! (Riccardo)
Oggi è il giorno della metabolizzazione del viaggio e della respirazione profonda….
….tante cose hanno attraversato il mio corpo…..
È stato un viaggio dentro tanti viaggi…..
….il gruppo è stato uno di questi viaggi….
…. l’incontro fra giovani e adulti è stato il valore aggiunto….
…..ho osservato….ho ascoltato….ho cercato di imparare….
….ho la piacevole sensazione di essere migliore di quando sono partito….
GRAZIE (Stefano M.)
Oramai sono più di 40 anni che giro fra le montagne e tutte le volte provo una emozione diversa, ma questa volta l’emozione è stata doppia, sinceramente la fatica si è fatta sentire ma è stata ampiamente ripagata e quando iniziava la salita dell’ennesimo colle vedere il giovani del gruppo che “scappavano” allegramente mi domandavo..ma ce la farò?..sapevo però che arrivato in cima si presentava una vallata ancora più bella e la fatica spariva. Un grazie infinito a Stefano e Francesco e soprattutto al gruppo che mi ha sopportato…mi riferisco specialmente ai tanti giovani che sicuramente sono stati un po’ “frenati”..però dai anche noi meno giovani ce la siamo cavata 😁….un abbraccio a tutti 🤗 (Paolo)
Che dire, credo che un esperienza cosi’ sara’ difficile ripeterla, ma non dal lato atletico, ma dal lato umano, soprattutto per l’ amicizia che si e’ creata e per la bellissima amalgama che si e’ creata tra i piu’ giovani e quelli giovani ma con qualche anno in piu’. Un grazie a voi piu’ giovani che avete contribuito a rendere questa settimana ancora più bella e interessante. Giro tosto ma spettacolare, credo che se c’è l’ abbiamo fatta e’ anche merito al paesaggio che abbiamo incontrato. Un grazie a Stefano e Francesco che hanno organizzato e che sono sicuro non sia stato facile (Claudio)
Seppur con fatica, ho potuto far parte di ogni singola roccia che ho calpestato, di ogni singolo fiore, erba, parete, ruscello, cielo e nuvole che ho visto….grazie a voi (Silvia)
E una donna che aveva al petto un bambino disse:
Parlaci dei figli. Ed egli disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani,
che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d’essere simili a loro,
ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo.
(K. Gibran, letto da Silvia sull’Alpe Sucheaz durante la discesa in Valpelline)